EMIRATI ARABI E PIOGGIA ARTIFICIALE PER RENDERE PIÙ VERDE IL DESERTO

 

Ogni volta che piove, negli Emirati Arabi in generale e a Dubai in particolare, ci chiediamo sempre se si tratti di pioggia “naturale” o se non sia, piuttosto, “cloud seeding” (inseminazione delle nuvole).

Nelle ultime settimane gli Emirati sono stati colpiti da acquazzoni e cattivo tempo (che, per la verità, da alcuni è stato invece molto apprezzato!) soprattutto ad Al Ain, Bani Yas, sulla la costa orientale di Ras al Khaimah e a Fujairah; è piovuto ad AbuDhabi e c’è stato un allagamento a Ghantoot (sul confine tra Dubai e Abu Dhabi). Anche vista la stagione, è lecito domandarsi da dove arrivino queste forti piogge.

L’inseminazione delle nuvole è una tecnologia che permette di modificare le condizioni meteorologiche di un’area favorendo artificialmente la formazione della pioggia tramite la diffusione di particelle di ioduro di argento sopra le nubi. Introducendole in atmosfera, grazie a degli aerei che le “spargono” nel cielo, il vapore di tali nubi si condensa, alimentando così la pioggia.

I primi esperimenti di inseminazione delle nuvole, negli Emirati Arabi Uniti, iniziarono già alla fine degli anni ’90, mentre il programma di cloud seeding attuale è cominciato ufficialmente nel 2010: un investimento di 11 milioni di dollari per aumentare l’apporto d’acqua, mitigare il clima, ridurre l’inquinamento e rendere più vivibile un Paese in fortissima espansione ed industrializzazione che, di fatto, è stato strappato al deserto. Arido, con una piovosità di meno di 100 mm all’anno, un alto tasso di evaporazione e una povera falda acquifera sotterranea, gli scienziati si sono assicurati, in questo modo, di far fronte all’incertezza idrica e, nonostante la tecnologia sia ancora in fase di costante studio e miglioramento, il Governo, attraverso il suo UAE Reserach Program for Rain Enhancement Science (UAEREP) fa sapere che, fino ad ora, il cloud seeding è un successo.

Si racconta che l’idea del cloud seeding sia nata in maniera del tutto casuale negli anni ’40, grazie al chimico e meteorologo Vincent Joseph Schaefer che stava scalando il Monte Washington insieme al collega e premio Nobel Irving Langmuir. Iniziarono a discutere su un possibile intervento umano nella formazione delle nubi e, una volta scesi, Schaefer ci provò davvero, scoprendo che il ghiaccio secco poteva agire da nucleo di condensazione, favorendo la pioggia all’interno delle nubi stesse. Subito dopo il climatologo Bernard Vonnegut mise a punto il sistema utilizzato adesso negli Emirati Arabi, quello che, al posto del ghiaccio secco, sfrutta lo ioduro di argento: questa sostanza, infatti, è in grado di legarsi alle molecole d’acqua presenti all’interno della nube, favorendone la condensazione e, quindi, la formazione di pioggia.

Al momento, però, questa tecnica (che, lo ripetiamo, è ancora considerata sperimentale, in corso di studio e non padroneggiata perfettamente. Basti pensare che negli Emirati il sale marino, il pulviscolo e la sabbia influiscono sulla formazione delle nuvole) non permette la formazione di nubi: non si può far piovere all’improvviso mentre il cielo è sereno, ma bisogna attendere che arrivino nuvole vere, già cariche di acqua, che vanno “intercettate” prima che eventualmente si disperdano. Secondo alcuni studiosi internazionali non sarebbe ancora chiaro quanto, la pioggia sollecitata dall’inseminazione delle nuvole, incida davvero rispetto a quella che cadrebbe naturalmente ma pare accertato che questa tecnologia non sia dannosa per l’ambiente e per l’uomo: è stata infatti dimostrata la bassa tossicità dell’argento e dei componenti da esso derivati durante le operazioni di cloud seeding in quanto le parti di argento in atmosfera per provocare le precipitazioni sarebbero 100 volte inferiori sia a quelle delle emissioni industriali in gran parte del mondo, sia a quelle delle otturazioni dentarie.

Anche in Italia, alla fine degli anni ’90, ci fu una sperimentazione di semina delle nuvole: denominata “Progetto Pioggia”, cominciò nella Regione Puglia tra il 1988 e il 1994 e venne in seguito estesa alle regioni Sicilia, Sardegna e Basilicata. Il progetto, interrotto, ripreso e poi interrotto definitivamente nei primi anni 2000, più volte accusato dai “complottisti” di essere collegato alle “scie chimiche”, non è mai realmente decollato, nonostante le rassicurazioni del mondo scientifico. Il professore Massimo Bartolelli, allora ordinario di Economia e Politica Agraria dell’Università di Bari e presidente della Tecnagro, associazione senza fini di lucro che per più di 15 anni ha studiato e sviluppato questi sistemi , lo aveva definito, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera “il sistema più rapido, più sicuro e meno costoso per accrescere le precipitazioni”.

“Non si inquina -aveva sottolineato, nella stessa occasione il generale Abele Nania, ex responsabile del meteo dell’aeronautica militare italiana e allora responsabile scientifico della Tecnagro, deceduto nel 2016 – perché il condensante è neutro, si ha un risultato misurabile con radar adeguatamente tarati e, soprattutto, non si ruba acqua a nessuno: non è che se piove su A togliamo pioggia a B”.

Nel resto del mondo il cloud seeding è ampiamente studiato e utilizzato, da Israele alla Cina, dagli Stati Uniti all’Australia passando per diversi Paesi africani e, appunto, Mediorientali.

Le alluvioni e gli allagamenti che abbiamo vissuto negli ultimi anni negli Emirati Arabi sono dunque dovuti a questa tecnologia? Difficile dirlo con assoluta certezza vista la prudenza del Governo a questo proposito: di certo le strade e le infrastrutture del Paese non erano storicamente equipaggiate per assorbire grandi quantità di pioggia improvvise e diversi siti internet non ufficiali danno per scontato che almeno l’alluvione del 2019 lo sia stata. Il professor Lulin Xue, responsabile degli scienziati del Hua Xin Chuang Zhi Science and Technology group in Cina, che sta guidando una ricerca sul Cloudcloud seeding negli Emirati è convinto che le forti piogge dello scorso gennaio non siano necessariamente state causate dall’inseminazione delle nubi. In un’intervista appena rilasciata al quotidiano “The National” ha dichiarato che “è difficile per il cloud seeding da solo generare una grande quantità di pioggia. Devono comunque esserci condizioni naturali favorevoli. Il cloud seeding può intensificare le precipitazioni, ma di quanto, non è ancora completamente noto”.

Non ci resta dunque che seguire passo passo i progressi della scienza, ma chi vive a Dubai da molti anni non può non aver notato che, in alcune aree fino a qualche anno fa puramente desertiche, al di là di quelle irrigate artificialmente, oggi sono cresciuti arbusti e cespugli.

Se son rose (del deserto), fioriranno!

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