EXPO DOPO EXPO: COSA CI RISERVA DUBAI?

DUBAI EXPO DOPO EXPO

 

“La prima città da 15 minuti degli Emirati Arabi”: è così che si parla, ormai, del “Distretto 2020”, l’area che, fino a quasi due mesi fa, ha ospitato l’Expo di Dubai. Che si è rivelato, nonostante l’anno di ritardo a causa della pandemia, le difficoltà nei viaggi intercontinentali e le restrizioni imposte dal Covid, un successo oltre ogni aspettativa, con più di 24 milioni di visitatori.

Niente traffico, strade pensate per automobili senza conducenti, larghi marciapiedi, dieci chilometri di piste ciclabili e cinque di piste da jogging. L’idea principale è quella di poter raggiungere tutto ciò di cui si ha bisogno all’interno del quartiere in 15 minuti al massimo, senza utilizzare l’auto, promuovendo uno stile di vita sano e bilanciato. Il tutto coordinato da un comitato apposito, presieduto dallo Sceicco Ahmed bin Saeed, Chief Executive di Emirates airline and Group, che resterà in carica tre anni e si occuperà di supervisionare progetti, iniziative e attività, inclusa la ricerca di opportunità di investimento del settore privato.

Da ottobre verranno dunque rimossi tornelli e sbarre all’ingresso e visitatori ed “inquilini” potranno gradualmente cominciare a ripopolare quello che, per sei mesi, è stato il cuore pulsante di Dubai.

L’80 per cento degli edifici costruiti da Expo verrà mantenuto, a cominciare dall’Exibition Centre, i cui spazi verranno utilizzati sia per manifestazioni ed esibizioni temporanee che come presidii permanenti (o semi permanenti) a servizio di consolati, rappresentanze commerciali o consorzi d’impresa. Altri verranno trasformati in appartamenti, uffici, attività commerciali e ristoranti, ma si parla anche di una scuola e di un ospedale.  Verranno finanziate e ospitate 85 tra start up e piccole imprese considerate particolarmente promettenti e innovative, così da fornire loro la rampa di lancio ideale per conquistare, da una posizione strategica, i mercati sia mediorientali che nordafricani. Lo Studio Fidarus, diretto dal compositore e musicista AR Rahman, resterà attivo e diventerà un punto di riferimento per talenti artistici e musicali.

Non solo: è stato annunciato che si traferiranno qui diverse sedi di istituzioni governative e che verranno creati un hub per l’innovazione global tech e spazi per circa 500 aziende e società di venture capital.

Il tutto mantenendo inalterate alcune attrazioni iconiche di quello che è stato Expo 2020, come Al Wasl Plaza, il cuore stesso di Expo, al centro dei tre distretti Opportunity, Sustenaibility e Mobility, a due passi dalla metropolitana e dall’Exibition Centre. La sua forma è ispirata al logo di Expo (a sua volta ripreso da un minuscolo manufatto in oro di 4000 anni fa, esposto al Museo archeologico di Dubai) e la sua superficie interna continuerà ad essere utilizzata come schermo immersivo a 360 gradi. Resteranno anche la grande fontana “al contrario”, in cui l’acqua all’improvviso cambia direzione e il “giardino nel cielo”, la torre d’osservazione rotante che si innalza a 55 metri dal suolo.

Discorso diverso, invece, quello dei padiglioni nazionali: la maggior parte di essi, infatti, era stato costruito pensando a un orizzonte temporale molto breve (ottobre-marzo2020) e accettando la sfida sulla sostenibilità ambientale lanciata da Expo. Basti pensare, solo citando il padiglione italiano, ai pavimenti fatti con buccia d’arancia e fondi di caffè, alle corde al posto delle pareti, agli scafi di barca al posto del tetto, alle alghe che depuravano l’aria. Mantenerli un anno in più, come è stato necessario fare, considerato che per molti di essi non era nemmeno stato previsto un vero e proprio sistema di condizionamento adatto all’estate emiratina, era stata un’impresa impegnativa; mantenerli oltre non era mai stato nei progetti né di Expo né dei singoli Paesi. Anzi: per agevolarli era stato consentito loro di non pagare le tasse sull’importazione di accessori, arredamento e determinati materiali a patto che questi venissero poi riportati indietro al termine dell’esposizione.

Inoltre, riconvertire qualcosa pensato e progettato per essere un puro percorso espositivo, è particolarmente difficile, perché richiederebbe una serie di lavori anche molto importanti che potrebbero rivelarsi eccessivamente costosi e quindi non convenienti. Facilmente riconvertibili, al contrario, sono i cosiddetti “assisted pavillions”, quelli costruiti da Expo per i Paesi che avevano scelto di occuparsi dei soli allestimenti: diventeranno appartamenti e uffici.

Qualche padiglione nazionale, invece, era stato progettato “per restare”: tra questi, Emirati Arabi, Arabia Saudita, India, Pakistan, Kazakistan, Marocco, Stati Uniti e Lussemburgo. Alcuni verranno convertiti in consolati, altri in centri culturali, quello del Marocco, pare, in un centro residenziale e, solo in questi giorni, si sta discutendo del futuro di altri ancora, talmente iconici che demolirli sarebbe un vero peccato (come Svezia e Filippine).

Tra quelli che resteranno, il simbolo dell’eredità, del lascito di Expo2020 per antonomasia, non poteva che essere il Padiglione degli Emirati Arabi: la sua forma è stata ispirata ad un falco e le sue 28 ali mobili, sormontate da pannelli solari, rendono l’edificio completamente autosufficiente dal punto di vista energetico. Resterà così com’è, a raccontare ai visitatori il passato e il futuro di questo Paese.

Tra gli altri troviamo il Padiglione Terra che sarà convertito nel “Distretto scientifico 2020” e ospiterà un museo per bambini; quello della Mobilità, che con il suo ascensore più grande del mondo (può contenere fino a 160 persone alla volta) resterà a testimoniare la storia degli spostamenti umani, dal mare allo spazio, all’interno del quale si terranno mostre temporanee; Opportunity e Vision Pavillion, che celebrano rispettivamente l’opportunità di incontrarsi e scambiarsi idee e opinioni in maniera costruttiva tra persone di culture, religioni e lingue diverse e la visione di Sheikh Mohammed Bin Rashid Al Maktoum che ha trasformato Dubai da un villaggio alla città che conosciamo ora.

Se questa Esposizione Universale è stata assolutamente unica nel suo genere (la prima, ad esempio, ad aver ospitato i padiglioni di tutti i 192 Paesi del mondo), un “melting pot” di innovazioni, ambizioni ed idee, il distretto che nascerà sul suo territorio promette di non essere da meno: potrà ospitare fino a 145 mila persone e 800 unità residenziali (oltre all’hotel già presente), ma promette di mantenersi sempre “a misura d’uomo” e spera di lasciare un’eredità significativa che possa imprimere un’impronta duratura nella vita delle persone.

I progetti in corso, comunque, sono ancora tantissimi, e tanti di questi sono in fase di definizione proprio adesso: si parla, ad esempio, di costruire, su quella che è stata l’area parcheggi, un nuovo complesso residenziale fatto per lo più da ville, ma una delle vere “chicche” riguarda il padiglione di DP World, considerato uno dei più interessanti dell’intero Expo: ci sono grandi idee e discussioni in atto, e se tali programmi si concretizzeranno davvero, quest’area avrà anche una importante funzione nell’ambito della formazione.

Ulteriori dettagli, dunque, seguiranno nelle prossime settimane.

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