DUBAI: UN CAMBIAMENTO EPOCALE PER I DIVERSAMENTE ABILI

 

Una nuova legge, appena promulgata, che riforma il sistema dei visti prevedendo, ad esempio, una maggior semplicità nell’ottenimento del famoso “golden visa” (il visto di residenza decennale), contiene una norma che rappresenta una piccola ma allo stesso enorme rivoluzione culturale. Per la maggior parte dei residenti non significherà granché, ma per i genitori di figli con disabilità, invece, è la manna dal cielo, la fine di quella che sembrava la beffa burocratica in aggiunta al danno del destino.

I ragazzi (maschi), non emiratini, che hanno terminato la scuola e non vanno all’Università, fino a ieri, al compimento della maggiore età e da oggi al raggiungimento dei 25 anni, negli Emirati Arabi, non possono più essere sponsorizzati dai genitori: se non studiano devono lavorare oppure lasciare il Paese.

Questo includeva i disabili, indipendentemente dalla loro condizione e dalla gravità della loro patologia. Non era rilevante che non fossero in grado di frequentare l’Università, che non ci fossero centri “scolastici” che li potessero accogliere oltre i 21 anni o che non potessero lavorare: in quanto adulti maggiorenni, non c’era modo di far loro avere il visto.

D’altronde il problema, fino a tempi piuttosto recenti, non si era mai posto davvero: storicamente (e, ovviamente, eccezioni a parte) non erano tante le famiglie non locali (o non naturalizzate) a restare in questo Paese una volta diagnosticata la disabilità ad un figlio. Per i costi, prima di tutto, estremamente elevati, ma anche per la mancanza di vera professionalità da parte del sistema sanitario e scolastico nel prendersi cura di bambini affetti da malattie o patologie rare o complesse e per la commistione di culture tipiche di questo posto, per alcune delle quali un figlio disabile era (in alcuni casi è ancora) una “vergogna” da nascondere.

Gli expat, poi, da questa parte di mondo, da sempre vanno e vengono, ma raramente “restano”.  Il problema di come inquadrare questi ragazzi si è posto in maniera importante solo negli ultimi anni, soprattutto con le ultime generazioni: quelle cresciute qui, che qui si sono sposate (magari con partner di nazionalità diverse), hanno avuto figli e considerano Dubai “casa”, indipendentemente dal colore del loro passaporto. E se i loro figli non sono neurotipici, si aspettano di poterli crescere qui comunque.

Negli ultimi anni i diritti garantiti alle persone con disabilità, la considerazione di cui finalmente godono e la loro presa in carico sono cresciuti esponenzialmente con una velocità stupefacente: solo 10 anni fa un bimbo con bisogni speciali, tranne rarissimi casi, non veniva ammesso all’asilo; fino a 7 anni fa non aveva accesso alle scuole curriculari, se non per gentilezza e buon cuore dei singoli presidi; il permesso per parcheggiare nei posti dedicati ai portatori di handicap veniva rilasciato solo se tale portatore di handicap era l’autista stesso.

Dal 2016 sono state istituite leggi ad hoc per tutelarli, la discriminazione nei loro confronti è un reato grave, l’accesso alle scuole è garantito, le barriere architettoniche hanno cominciato ad essere abbattute ed è stato deciso che il termine per riferirsi a loro non deve più essere “disabled” ma “people of determination”, come pubblico riconoscimento per la loro determinazione nell’affrontare le sfide che la Vita pone loro dinnanzi quotidianamente.

Nonostante questo, appunto, una volta diventati adulti, non poteva essere concesso loro il visto di residenza, tanto che, lo scorso giugno, la signora Nahid Mudathir, mamma di un ragazzo autistico, ha creato “My Maximus” un vero e proprio centro commerciale che, da un lato, impiega solo ragazzi non neurotipici, cosicché possano finalmente avere un visto di lavoro tutto loro, dall’altro ospita corsi speciali per insegnare loro un mestiere che li possa rendere il più possibile autonomi.

Un’iniziativa che è stata assolutamente fondamentale per tantissimi giovani affetti da autismo, Sindrome di Down e altre condizioni che garantiscono quanto meno un minimo di autonomia, ma che non risolveva il problema dei disabili più gravi con ritardi cognitivi importanti o con condizioni che non permettono loro di utilizzare le mani e comunicare.

Ecco, da oggi, finalmente, anche loro hanno il “diritto di esistere”, di restare, di avere riconosciuto il loro status di residente. Le famiglie non devono più dividersi, né i ragazzi i cui i genitori sceglievano di restare comunque, saranno più “clandestini” o costretti a “visa run” improbabili.

È un cambiamento storico, un momento epocale non solo per tantissime famiglie che ne sono e ne saranno direttamente coinvolte, ma per l’intera società che prende atto dell’effettiva esistenza di questi ragazzi e di questi adulti, includendoli finalmente nel tessuto sociale anche una volta fuori dall’infanzia. Una cosa che può sembrare banale e scontata, ma non lo è affatto, al punto che “civilissimi” Paesi quali Australia e Nuova Zelanda, ad esempio, negano il visto a chiunque (bambini inclusi) sia affetto da qualunque tipo di malattia, disabilità fisica o psichica, ritardo motorio o cognitivo.

Questa piccola, ma immensa rivoluzione culturale sarà completa quando esisterà un piano per fare in modo che le “persone di determinazione” possano restare e vengano accudite dignitosamente anche dopo la dipartita dei loro genitori. In Italia e nel resto d’Europa il progetto per il “dopo di noi” è teoricamente una realtà da anni, ma contestato da famiglie e associazioni che chiedono più garanzie e la possibilità che i ragazzi continuino a vivere in casa. Con la rapidità con cui le cose cambiano negli Emirati Arabi, non è escluso che venga risolto e definito una volta per tutte più in fretta qui che non a “casa nostra”.

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